13/01/2004

Canzone gozzaniana

È possibile amare, unire, dividere, non è possibile sopportare. Ciò che Giulio sa, ciò che Giulio vede non si può raccontare. Fa una vita normale e questa vita è tremenda. Contiene affetti, lavoro, paure indeterminate, cose belle e dure in proporzioni ordinarie. È vera questa vita, ma non ha più forza Giulio, la sua vita si smorza. Giulio vive nel ricordo di tutti. Il suo lavoro è conservare dentro la memoria i segni, i sogni, i fumi: ciò che resta di persone andate altrove, di persone perdute alle quali è negato il ritorno. Non è bello ricordare, è un’inezia il ricordo, una inutile spezia che condisce un piatto vuoto. Nel ricordare si può essere felici, ma di una felicità che non dà pace. Raccontare storie è la risorsa di Giulio. Non fa altro tutto il tempo. Vive il tempo come una morsa che si chiuderà su di lui, senza scampo. Giulio non sa farsi un vanto di ciò che gli dà il mondo: un certo successo, quasi una gloria letteraria, un buon guadagno. L’ora delle emozioni è finita. In fondo vorrebbe non aver mai pubblicato le sue storie, vorrebbe non aver mai fatto ciò che ha fatto. Eppure riceve lettere commosse, c’è chi gli scrive frasi come: «...Mi hanno fatto bene le tue storie... Mi sembra di rivivere da quando le ho lette...» – sorride di queste lettere così ingenue, Giulio, a volte, lui che sa cos’è l’artificio, il falso, l’abilità tecnica – «...Una voce così tenue ma così forte... E così sincero... Tutto quello che scrivi è vero, vero?...». Giulio ha l’esperienza del falso. Sa che i ricordi mentono. La vita che ha vissuta è un caso. I ricordi riordinano, fingono un ordine che non c’è, un senso che è pura invenzione. Non ha più voglia di inventare, Giulio. Pertanto non farà più letteratura. Vuole fare una cosa più pura. Scrivere non è un trastullo, per lui. Ha cercato di salvarsi la vita. L’ha pagata cara, la vita. Giulio è felice. Non è una ricchezza sulla quale possa fare gran conto, questa felicità. Ha una leggera ebbrezza ogni tanto. Sta nascosto quanto più può. Racconta le sue storie a qualcuno, finalmente. C’è voluto del tempo perché non servisse più la mediazione della carta. Lo spritz con gli amici al bar in piazza non è più un momento di autocontrollo. Qualcosa, dentro Giulio, è crollato. Giulio sta bene. Non crede che durerà tanto, questo bene, ma c’è. Quel che c’è, si gode. Non ha pensieri particolari. Si diverte a fare certe cose: perde molto tempo passeggiando in centro, guarda le persone che passano, che si incontrano, che si lasciano. Guarda. Non si sta preparando a un rientro nella vita, ma ha deciso che esser fuori non è poi così male. Non ha dolori. I ricordi sono confusi, ultimamente. A volte Giulio non sa più se è vero ciò che ricorda, o un’invenzione. Sente che qualcosa se ne va, e ci spera. È come, dopo un’emicrania, quel leggero intontimento che resta. È come un gran silenzio dopo un gran rumore. È come, al posto del dolore che si temeva, l’anestesia che opprime ma non fa male, anzi dà sollievo. Non fa male, dà sollievo. È vero. Giulio sente che si dirada il nero. Non sa se il grigio è meglio. Teme la cecità che il bianco candido può dare, abbagliando. Si sveglia al mattino e si meraviglia di esserci. Fa visita gli amici, lavora, telefona, a volte scrive. I suoi gesti sono quasi privi d’intenzione. «Sì, sto bene», dice a chi gli chiede. C’è, dentro di lui, un male che non si vede. Questa è la canzone. Non è bella ma è quieta, almeno, e lenta al punto giusto. Va da quella persona che sai, canzone, e allenala a sopportare Giulio. Lui ci tiene. Sì. marzo 1998
di altrogiulio | 13/01/2004
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